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Sono una grande smemorata e distratta, vagolo spesso nei miei pensieri attraversando la gente che mi parla, i doveri che mi impone la quotidianità, e spesso anche la strada senza guardare di qua e di là. Così un giorno la mia amica C. mi prestò un libro di Borges, e mi consigliò di leggere la storia di Ireneo Funes, un uomo che una caduta da cavallo condannò a ricordare tutto, a non dimenticare nulla. Era un libro appartenuto a suo suocero, uomo di grande cultura, edito nel 1967 (il libro, non suo suocero), pieno di fascino (sia il libro che suo suocero). Mi piace leggere sulla carta, toccare le parole, saltare le pagine, tornarci su, sottolineare un rigo, fare un orecchietta ad una pagina su cui già so che vorrò tornare. E, proprio per questa ragione, di solito preferisco che i libri siano miei, e nuovi.
Quel libro mi ammaliò. Oltre al fascino di Borges vi era il fascino delle mani e dei pensieri di chi aveva amato quel libro. Era pieno di sottolineature e note a margine, piccole annotazioni a matita scritte con grafia elegante, un po' curva, tratti decisi e allungati, ma chiari. Ho trattato quel libro con delicatezza e rispetto, e anche con una certa timidezza.. come entrassi, ogni volta che ne sfogliavo le pagine, in casa di qualcuno senza chiedere permesso. E l'ho amato. Ho amato quelle pagine ingiallite appartenute ad un altro mondo, ad un altro cuore.
Aria
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Mi disse che prima di quella sera piovosa in cui il focoso alipede lo revesciò, egli era stato quello che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. Diciannove anni aveva vissuto come uno che sogna: guardava senza vedere, udiva senza sentire, dimenticava tutto, quasi tutto. Nel cadere aveva perduto conoscenza; quando la recuperò, il presente era quasi insostenibile tanto era ricco e nitido, e anche i più antichi e più comuni ricordi.
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Pensare è dimenticare le differenze, è generalizzare, è astrarre.
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Altri frammenti di "Funes, la memoria in persona" Jorge Luis Borges, QUI